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Cos’è il calcio (futebol) in Brasile?

Una danza? Scopriamolo insieme.
Secondo Pier Paolo Pasolini c’è un calcio di prosa e un calcio di poesia. Quello dei brasiliani appartiene al secondo tipo. Anche il sociologo Gilberto Frye sembra d’accordo nel ritenere che in Brasile, che si tratti di gioco o di lavoro, tutto viene riportato ad una danza. Quando una squadra di calcio gioca bene, in modo veloce, disorientando gli avversari, i telecronisti brasiliani usano l’espressione fazer un carnaval (fare un carnevale), sottolineando le componenti del ritmo, dei giusti movimenti, come una perfetta danza.

La storia del calcio in Brasile è interessante dal punto di vista sociale, e ne testimonia lo sviluppo. Introdotto in Brasile da Charles Miller intorno al 1894, fu inizialmente uno sport d’esclusivo appannaggio dell’aristocrazia bianca – era chiamato anche futebol, bolapé, pébol. I giocatori erano dilettanti, appartenenti ad una squadra unicamente per ragioni economiche e per la pelle bianca: la bravura e il merito di saper giocare non avevano ancora tanto peso. Le cose cominciarono a cambiare nel 1904, quando un’industria tessile dei sobborghi di Rio de Janeiro fece partecipare al torneo i propri operai. Intorno al 1920 i dirigenti del Vasco de Gama – portoghesi, prevalentemente commercianti – comiciarono a prelevare i loro giocatori dai tutte le classi sociali, guardando alla qualità e alla bravura dei giocatori. La scelta fu azzeccata, e nel 1923 il Vasco de Gama vinse il campionato di prima divisione.
Vennero allora stabilite – per rendere il calcio uno sport per soli bianchi – delle condizioni restrittive: ogni squadra doveva essere proprietaria di uno stadio! Ma i portoghesi non si arresero, ed anzi fecero costruire lo stadio più grande del Brasile, il São Januário, inaugurato nel 1927 con una capienza di 50mila persone.

Il passaggio al vero professionismo avviene però solo negli anni ‘30 del Novecento, ed è solo nel 1938 che la nazionale brasiliana ospita anche giocatori di colore.

calcio, futebol

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